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Nicola Candeo si racconta in Sessanta: la mia innata stravaganza

Nicola Candeo Sessanta Autobiografia

Nicola Candeo appartiene a un’antica e conosciuta famiglia imprenditoriale padovana. Lo abbiamo incontrato in occasione della pubblicazione dell’autobiografia Sessanta. La mia innata stravaganza, uscita nel 2025 e curata da Paolo Maggiolo.

D. Ingegner Candeo, Lei ha pubblicato un libro autobiografico che celebra i Suoi primi sessant’anni. Ha voluto farsi un regalo speciale?

R. In realtà l’origine di questa impresa (la considero un’impresa perché non sono un intellettuale e tanto meno uno scrittore) risale a un momento particolarmente critico della mia vita che la stesura del libro ha contribuito a farmi superare. Non so se ci sia una spiegazione logica a tutto ciò, ma raccontare me stesso, il mio passato, la mia connaturata stravaganza, mi ha aiutato a uscire dal periodo buio che stavo attraversando. Dunque, è stato sì un regalo, ma soprattutto una terapia benefica.

D. Ci dica, Nicola… La posso chiamare Nicola?

R. Ben volentieri. Io stesso, nel libro, ho dichiarato di essere una persona semplice e immediata, un uomo che rifugge da inutili formalismi. Ma ci tengo pure a sottolineare l’aspetto della mia stravaganza, perché questo lato evidente del mio carattere può essere visto da qualcuno come una posa per far colpo su chi mi circonda. Al contrario, spero di essere sempre riuscito a tenere lontana la mia stravaganza dal concetto negativo di “esagerazione”. Vero è che, almeno da bambino e da ragazzo, ero un matto spericolato, sempre nei guai, sempre ferito, bendato, ingessato, costretto a fare lunghe assenze da scuola. Una delle mie ultime fratture (ero ormai maggiorenne) la devo a un terribile braccio di ferro ingaggiato a Jesolo con un biker dagli enormi bicipiti. Finì in parità.

D. Nicola, Lei è un padovano DOC e appartiene a una famiglia di imprenditori conosciuti in città. Immagino che queste radici abbiano per Lei una certa importanza.

R. Più che naturale. Il libro si apre infatti con un capitoletto sull’azienda di famiglia, fondata dal bisnonno Giobatta nel 1889. Ma già in una guida commerciale di Padova del 1883 è notizia che il mio trisavolo, Agostino, possedeva una fornace di mattoni nel sobborgo di Torre e aveva una seconda attività nel campo edilizio, con sede in riviera San Benedetto. Fu comunque mio padre, Pietro Giovanni, a dare un impulso decisivo all’azienda ampliando il raggio d’azione dal tradizionale settore degli spurghi ad altri rami industriali.

D. L’autobiografia da Lei pubblicata mi sembra ricostruita con una precisione maniacale. C’entra qualcosa col fatto che Lei è un ingegnere?

R. Può essere. Tuttavia, laurearmi in ingegneria a Padova è stata sfida all’ultimo sangue. Per riuscire nell’intento, senza finire fuori corso, misi in atto tutta la mia caparbietà. Ma fu essenziale anche la strategia: se si leggerà il libro si capirà cosa voglio dire. Fra l’altro, per orientarmi nelle materie più ostiche, chiesi aiuto ad un ex ingegnere diventato poi monaco benedettino, don Basilio Verde: una persona buona e profonda a cui devo moltissimo. Si pensi che una sera mi capitò di cenare nel refettorio di Santa Giustina, con don Basilio e i confratelli. Ero alquanto imbarazzato, anche perché ebbi l’impressione che mi avessero scambiato per uno che aspirava alla vita monastica. Ma prima di Ingegneria ci fu il Collegio Barbarigo, dove frequentai l’Istituto per geometri. Furono anni di studio e di sana goliardia: importanti per la mia maturazione.

D. Cosa mi dice dello sport? So che Lei ne ha praticati diversi.

R. Esatto. Nell’infanzia e nell’adolescenza il nuoto e lo sci mi diedero discrete soddisfazioni. In piscina fui allievo del celebre maestro De Gasperi, mentre a Cortina, per fare il salto di qualità nello sci, presi alcune lezioni da una campionessa olimpica, Yvonne Siorpaes. A proposito di campioni, ebbi anche la fortuna di conoscere e di frequentare, per ragioni che esulano dalla pratica sportiva, un asso dell’equitazione: l’elvetico Willy de Rham, che gareggiò alle Olimpiadi di Melbourne del 1956. Willy è ancora vivo, ultracentenario. Era un grande amico di mio padre per cui le nostre famiglie, ogni anno, passavano un po’ di tempo assieme all’Isola d’Elba, dove lui e la consorte atterravano con un aereo privato da Losanna. Con il passare degli anni, essendo io affascinato dalle belle località di mare, mi dedicai anche alla nautica a motore. Ma questa è un’altra storia.

D. Altri incontri speciali nella Sua vita?

R. Certo, il prof. Giovanni Pejrone! Piemontese, studioso di odontologia e appassionato di caccia grossa. Ero incantato dai suoi racconti, decisamente bizzarri. Lo conoscemmo a Procchio, all’Isola d’Elba. Un giorno, usciti in barca con il professore, rischiammo il naufragio in una giornata memorabile e avventurosa. Sfidato da Pejrone sul campo di tennis, non giocai tanto per giocare ma puntai al risultato. Lo battei, con vivo disappunto di mio padre che mi aveva pregato di perdere, per educazione. Ma tra gli eventi speciali della mia vita metto al primo posto l’incontro con la mia futura moglie. Fu all’uscita da messa, una domenica del lontano 1988. Ci sposammo nel ‘90.

D. Il ricordo più triste?

R. La morte di mio padre. Un vuoto incolmabile.

D. Prossimi obiettivi?

R. Trasformare la mia storia in una sceneggiatura per il piccolo o il grande schermo. Per ora è solo un sogno.

Nicola Candeo si racconta in Sessanta: la mia innata stravaganza ultima modifica: 2026-02-12T11:04:54+01:00 da Paolo Franceschetti

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